Segnalo questa intervista che mi hanno fatto sul nostro progetto (per cui ho avuto una mano dal prof. Postiglione, specie sulle domande circa le mostre) e che è apparsa qui su unimagazine.
CarloP
“Contaminiamoci” non è una mostra qualsiasi. Ognuno degli otto allestimenti presenti fino al 20 luglio nello Spazio ovale del Campus Bovisa del Politecnico di Milano (in via Durando 10) rappresenta infatti uno degli Otto Obiettivi del Millennio fissati dalle Nazioni Unite per portare ogni cittadino del pianeta ad avere la garanzia dei livelli minimi di sopravvivenza.
Una sfida che gli studenti del Politecnico hanno raccolto attraverso questo progetto, realizzato con il patrocinio dell’UNICEF e la collaborazione di Triennale Bovisa per mobilitare l’attenzione dei coetanei e dell’intera città su temi così importanti, quali la povertà estrema, la fame, la mortalità infantile, le malattie.
Per capirne di più abbiamo rivolto delle domande a Carlo Pretara, presidente del Consiglio degli Studenti del Politecnico di Milano.
Cos’è “Contaminiamoci”?
“Contaminiamoci” è un progetto del Consiglio degli Studenti del Politecnico di Milano che, attraverso conferenze partecipate e mostre realizzate dagli studenti, mira ad accrescere la consapevolezza su problemi che ci investono come cittadini di un mondo interdipendente.
E’ un progetto che non si esaurisce in una singola iniziativa, ma si prolunga nel corso di un anno ospitando incontri, promuovendo mostre e conferenze partecipate. Sono già stati svolti due incontri, uno con alcuni funzionari di ambasciate africane, un altro con rappresentanti dell’UNICEF. Ad Ottobre ospiteremo una conferenza con Toni Ruttiman, il famoso “costruttore di ponti” per le popolazioni diseredate.
L’idea della “contaminazione” è quella che la necessità di essere consapevoli dell’interdipendenza del nostro pianeta contamini più studenti possibili utilizzando gli studenti stessi, quindi i loro linguaggi e il loro mondo.
Come è nata l’idea e con quali scopi?
L’idea è nata da me e dalla delegata del Rettore in materia di cooperazione allo sviluppo, Emanuela Colombo. Si è poi sviluppata in Consiglio degli Studenti, dove ho chiesto e ottenuto che diventasse un progetto ufficiale e unanime del Consiglio. L’idea è andata crescendo grazie agli studenti che l’hanno portata avanti, grazie alla collaborazione di associazioni - come Ingegneria Senza Frontiere di Milano - e grazie all’entusiasmo dei tanti docenti e tecnici coinvolti.
Come si è sviluppata l’organizzazione dell’evento?
In particolare l’evento mostre si è sviluppato per il supporto fondamentale del Prof. Postiglione che, quando gli sottoposi la mia idea qualche mese fa, rispose con entusiasmo ai nostri stimoli e sposò l’iniziativa coinvolgendo altri docenti e studenti, inventando la formula delle diverse “piazze” che parlassero ognuna di un obiettivo in un punto diverso del campus (una è anche in Triennale Bovisa): in quel momento capimmo che il nome “contaminiamoci” da provvisorio sarebbe rimasto permanente, perché centrava proprio lo spirito degli Obiettivi, la necessità di divulgare attraverso la partecipazione. Molti sono stati gli studenti coinvolti che, specie grazie alla disponibilità dei docenti/tutor, sono stati divisi in gruppi di lavoro indipendentemente dalle facoltà di provenienza: per la prima volta insieme (incredibile a dirsi) gli studenti del Politecnico hanno potuto svolgere un’esperienza formativa e di volontariato senza distinguo burocratici.
Parlaci di queste installazioni e descrivine due/tre a titolo esemplicativo
Non sono un esperto di installazioni, né di mostre. Ma a me hanno tutte entusiasmato, e mi sono sin qui trattenuto dall’esprimere preferenze, anche se sollecitato dai ragazzi, ansiosi di un giudizio “terzo” dopo tanto lavoro. Ognuna, in totale libertà, avendo un budget prestabilito, ha prima affrontato lo studio e l’approfondimento delle tematiche connesse col proprio obiettivo del millennio per poi giungere ad una selezione critica di documenti e di contenuti da comunicare. Qui è iniziato il vero lavoro progettuale: tutti i gruppi si sono cimentati con la difficoltà di pensare un allestimento in grado di comunicare, appunto, quanto raccolto senza però annoiare e senza ridurre l’evento ad un centro di documentazione. Elaborato il progetto, si è passati ad una fase estremamente concreta del lavoro, pur se sempre aliena dalle facoltà: si sono scelti materiali e fornitori e si sono fatti i conti.
A chiusura di questa lunga esperienza, che ha impegnato i singoli gruppi per un intero semestre, c’è stata la fase altrettanto concreta della costruzione in laboratorio e del montaggio in loco. Credo che si sia trattato di una occasione unica nella storia della didattica del Politecnico. Senza dimenticare che gli stessi studenti tra breve saranno impegnati nello smontaggio e nello stoccaggio dei materiali. Quella sarà davvero l’ultima azione di un ciclo iniziato nel febbraio scorso. Anche in questo la forza dell’evento: lungo nella sua gestazione, ma già proficuo per l’azione di coinvolgimento nel tempo di tante persone.
Per entrare nel merito dei singoli allestimenti, devo dire che poiché ognuno è diverso e non confrontabile con gli altri, è riduttivo sceglierne alcune di cui parlarne. Ma visto che me lo hai chiesto, scelgo quelli più facili da descrivere.
L’allestimento sugli obiettivi 4+5, ovvero “migliorare la salute materna” e “ridurre la mortalità infantile”, è stato installato all’interno del cortile della Triennale Bovisa, come segno di una prima “contaminazione” del Politecnico verso la città. Si tratta di un percorso con pannelli sopraelevati, pendenti sulla testa dello visitatore, di due tipi. Un tipo, da un lato del percorso, con “la teoria”, ovvero con quello che dicono leggi e convenzioni sulle materie della salute materna e del bambino. Dall’altro lato, i pannelli con la cruda realtà, cifre e situazioni reali. Alla fine del percorso, box con frasi, foto e libri di progetti in atto da parte di UNICEF, AMREF e altre associazioni, fornisce dati concreti e riporta il visitatore con i piedi, e lo sguardo, per terra.
Poi la mostra sull’obiettivo 3: “Parità dei sessi”. Una selva di strisce piene di parole testi immagini pende dal soffitto dell’atrio del padiglione più imponente della facoltà di Ingegneria Aerospaziale a Bovisa. Spazi compressi e spazi meno costretti si aprono queste strane bandiere che contengono messaggi apparentemente incomprensibili: frammenti di opere d’arte di poesie di film si alternano a dati statistici a frasi lapidarie a parole forti e pesanti come pietre. E’ un lavoro sul linguaggio e sulla scrittura, innanzitutto sul mito che rappresenta l’ambito primigenio dove operano e si inscrivono le prime forme di discriminazione femminile. Dove la parola diviene norma e costringe i corpi a gesti e movimenti ben determinati, come suggeriscono le azioni teatrali messe in scena da tre attrici della Scuola di teatro “L’Arsenale” di Milano: qui infatti, secondo una successione del tutto casuale, si susseguono tre volte alla settimana delle piccole performance che danno voce e gesto alle parole scritte, mettendone in azione tutto il valore normativo e liberatorio allo stesso tempo.
Infine l’allestimento sull’obiettivo 2: l’educazione primaria. Il luogo scelto per parlare dell’educazione è una scala che si trova nell’atrio della Facoltà di Architettura e Società a piazza Leonardo da Vinci. Le pedate vogliono rappresentare le piccole consapevolezze, sommate una dopo l’altra. Le alzate sono le scelte di fronte alla cattiva informazione (troppa), ai consigli di chi vorrebbe educare per i propri interessi, alle difficoltà della vita, ai necessari dubbi ed errori.
Lo spazio tra i gradini e il soffitto è stato compresso e dilatato inserendo un lungo telo su cui compaiono immagini e testi che accompagnano, differenziandosi, salita e discesa. Da sopra, il telo è stato utilizzato come una sorta di tabloid: un giornalino “di strada” su cui sono state trascritte le informazioni principali raccolte durante il periodo di ricerca. Un cavedio luminoso accoglie frammenti di vita quotidiana (dei bambini), alcune suggestive immagini e, soprattutto, consente di vedere dentro la sala di lettura della biblioteca: il luogo dell’educazione per eccellenza. Vedere un pezzo di vita studentesca entrare, come parte attiva, in un allestimento è stata una esperienza molto emozionante.
Quali sono i progetti per il futuro?
Per seguire il progetto c’è il blog http://contaminiamoci.studentipolitecnico.it. Ad Ottobre conferenza con Toni Ruttiman, dove questo “missionario laico” ci appassionerà per una lezione di vita, dicendoci cosa è stato per lui abbandonare la casa e la famiglia in Svizzera e andarsene per il mondo a costruire ponti con materiali di scarto, laddove ve n’era bisogno. Poi conferenze partecipate, ovvero conferenze non come le altre, ma in cui i partecipanti, gli studenti, saranno chiamati ad essere interattivi e a partecipare ad attività come giochi di ruolo sugli argomenti delle conferenze, che questa volta saranno più tecnici, e riguarderanno la gestione delle risorse idriche e di quelle energetiche. Anche qui ci avvaliamo del contributo di docenti e tecnici dell’ateneo.
Ecco, un gran progetto per il futuro sarebbe quello di farsi insegnare qualcosa da gente come Toni Ruttiman. Non diventare tutti come lui, sarebbe un sogno che svanirebbe e lascerebbe tutto così. Ma prenderne tutti un po’ e portarselo dentro nel proprio lavoro “normale” che svolgeremo da grandi.
Marco Tasso